08/02/15
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La stele PROMESSA - E L'OBELISCO TORNÒ A CASA

il manifesto del 14 Settembre 2008
 
La stele PROMESSA - E L'OBELISCO TORNÒ A CASA
 
L'Etiopia è stato un paese «bottino di guerra» non soltanto per l'Italia, ma anche per l'Inghilterra. Eppure quel bene sottratto, riconsegnato dopo estenuanti querelle e rieretto il 4 settembre scorso, è diventato il simbolo di una riappropriazione delle proprie radici culturali
Giovanna Trento
Terefe Worku

L'inaugurazione ufficiale della ri-erezione della stele di Axum ha avuto luogo in Etiopia il 4 settembre scorso. Per celebrare il ritorno dall'Italia dell'obelisco, il 3 settembre 1998 le poste etiopi avevano emesso già una serie di tre francobolli in 100mila esemplari: da 45 centesimi di Birr, da 55 centesimi e da 3 Birr (moneta locale che vale circa 7 centesimi di euro). Ma il trasporto della stele da Roma alla regione settentrionale del Tigrè, sebbene auspicato da decenni, avvenne solo nel 2005. L'emissione anzitempo di francobolli raffiguranti un immaginifico viaggio andata/ritorno della stele rendeva palese l'attesa etiope di recuperare l'obelisco, ma simboleggiava anche quei conflitti di memoria che - come suggerisce l'antropologo francese Eloi Ficquet - ruotano attorno a questo ipersignificante oggetto (che forse, anticamente, non è nemmeno mai stato eretto). Certo l'Etiopia ha avuto una storia unica rispetto ad altri paesi africani, in quanto
è rimasta sostanzialmente estranea al decennale processo di colonizzazione del continente (nel 1923 l'Etiopia divenne membro della Società delle nazioni). Ciononostante, il paese è stato spogliato di numerosi tesori (di cui ha sollecitato per anni la restituzione) e ha subìto vari attacchi colonialistici: da parte della Gran Bretagna nel 1868 (quando un esercito britannico sconfisse il sovrano Tewodros II e, dopo il suo suicidio, saccheggiò la fortezza Maqdala), dell'Italia nel 1896 (sconfitta nella battaglia di Adua) e ancora dell'Italia nel 1935.

Iconoclastia mussoliniana
Nel '35, infatti, iniziò la guerra contro l'Etiopia, che vide l'impiego di gas letali (pratica vietata dalla convenzione di Ginevra del 1925). Una volta presa Addis Abeba nel maggio '36, Mussolini ordinò che venissero rimossi tutti i segni della sovranità etiope; in particolare due statue bronzee: Menelik II a cavallo e il famoso Leone di Giuda, esposto per anni a Roma presso la stazione Termini e restituito all'Etiopia nel 1969. Vennero anche sottratti alcuni archivi governativi, le pitture del Parlamento, il velivolo prebellico Tsehai e varie corone regie d'oro, donate da Graziani a Mussolini. Uno storico militante come Richard Pankhurst, che si è battuto insieme ad altri (come Fitawrari Amede Lemma) per la restituzione del bottino di guerra, riferisce che il brutale Graziani vedeva di mal occhio il prelevamento dell'obelisco axumita, essenzialmente per motivi di rivalità col ministro Lessona. Graziani in Etiopia continua ad essere ricordato per
la violenza con cui esercitò il potere e, in particolare, per la strage di civili del febbraio '37. Ad ogni modo in quello stesso anno, per volere di Mussolini e in concomitanza del quindicinale della marcia su Roma, venne prelevata da Axum la «stele numero 2». Ancora oggi alcuni testimoni oculari ricordano come l'obelisco (già a terra da tempo) venne caricato in tronconi per essere condotto su strada al porto di Massaua, utilizzando mezzi meccanici abbastanza semplici e migliaia di braccia. L'appropriazione della stele intendeva sottolineare la recente sconfitta dell'Etiopia e vendicare la disfatta subita dagli italiani ad Adua (centro non lontano da Axum). Anche le truppe britanniche sottrassero molti beni: corone e sigilli imperiali, l'icona di Qwer'ate Re'su, croci processionali, oggetti ecclesiastici, paramenti, tabot , gioielli, armi e due tende di Tewodros. Queste ultime si trovano ancora a Londra nel Museum of Mankind, senza che siano state
quasi mai montate. Alcuni singoli pezzi sono stati restituiti, ma la maggior parte resta in Gran Bretagna (molto è al British Museum); in particolare vari manoscritti etiopi sono ancora in musei o in prestigiose biblioteche universitarie inglesi. È interessante notare che uno dei pochi pezzi restituiti recentemente all'Etiopia è uno scudo di Tewodros, proveniente dal museo nazionale del Kenya...
 
Risarcimenti fantasmi
Alla fine della II guerra mondiale, il Trattato di pace fra gli Alleati e l'Italia, firmato a Parigi nel febbraio 1947, prevedeva all'articolo 37 che i beni sottratti dagli italiani fossero riconsegnati all'Etiopia entro 18 mesi, in qualità di riparazioni di guerra. Ma la questione si protrasse, fra tentativi postbellici italiani di recuperare il terreno perso in Africa, negoziazioni diplomatiche di vario genere (ivi incluso un equivoco documento del '56), impedimenti «tecnici» ed economici. Il governo italiano non rispose per decenni alle sollecitazioni e persino un fulmine colpì l'obelisco nel 2002, quasi a mostrare agli etiopi l'ira degli dei! Infine, nel '97 venne firmato un accordo che definiva le procedure di restituzione e montaggio della stele a carico dell'Italia, ribadito nel 2002 e nel 2004 e finalmente reso efficace con l'appoggio dell'Unesco (nel frattempo la guerra Etiopia/Eritrea rendeva impraticabili i porti sul Mar Rosso). La stele
di Axum venne smontata da piazza di Porta Capena, restaurata e immagazzinata nel 2003, in attesa del ritorno in Etiopia, tecnicamente ed economicamente impegnativo. Il trasporto ad Axum ebbe luogo nella primavera del 2005 tramite tre voli aerei da Roma, bene accolti ad Axum dalla popolazione e «benedetti» dalla chiesa locale. Poi l'obelisco dovette attendere al suolo un paio di anni, prima che la logistica e la disponibilità di fondi ne permettessero la complessa ri-erezione, avvenuta sotto l'egida dell'Unesco (nel 1980 Axum veniva dichiarato patrimonio dell'umanità) . La spesa complessiva di restituzione e rimontaggio della stele ruota attorno ai 5 milioni di dollari, a carico del governo italiano.
 
I troppi dibattiti
Gli ultimi anni trascorsi in Italia dall'obelisco furono accompagnati da polemiche che resero poco chiaro il valore politico e simbolico della sua vicenda: il dibattito tese a mettere in evidenza gli aspetti più «tecnici», archeologici e storico-artistici della restituzione della stele, a detrimento della messa a fuoco delle problematiche proprie alle riparazioni e restituzioni postcoloniali e postbelliche. Anche in Etiopia c'è chi ritiene che l'obelisco sarebbe dovuto restare a Roma, perché in questa sede sarebbe divenuto un «luogo della memoria» più denso e più frequentato che ad Axum. Ma una scelta simile avrebbe svalutato il principio della libertà e sottostimato i benefici che si possono trarre dal patrimonio culturale e dal legame col passato: non è lecito rivendicare la proprietà su qualcosa che è stato sottratto, per poi mostralo al mondo come reperto dell'Antichità che però non appartiene ai predatori. Di fatto, considerata la
brevità dell'occupazione italiana dell'Etiopia (durata solo cinque anni), a nessun cittadino etiope consapevole piacerebbe credere che l'Etiopia sia stata una colonia italiana. Di conseguenza, le questioni sollevate dalla stele di Axum e dalla sua restituzione hanno più a che vedere con i postumi del colonialismo che con la messa in mostra di un bene inestimabile. Perché la questione coloniale sta a monte: colonizzare non significa solo soggiogare e gestire individui liberi per mano di un altro Stato, significa anche negare loro la possibilità di avere o ereditare valori storici e culturali. Oltre a riflessioni di carattere postcoloniale, anche altre valenze reali e simboliche si intravedono nella vicenda della stele di Axum, protrattasi per circa 70 anni. Ricordiamoci che viene spesso fatto un uso politico del patrimonio archeologico e che gli intrecci fra cristianità e antiche civiltà, fra riconoscimento del potere ecclesiastico e legittimazione
di quello laico, possono essere complessi. Sia nel caso italiano che in quello etiope, infatti, le memorie nazionali si sono in buona parte costruite attorno al riferimento all'Antichità , intesa come valore per legittimare sia uno Stato sovrano che un'identità nazionale. Nella storia moderna dello Stato italiano, durante il Risorgimento o in epoca liberale, il richiamo all'Antichità è stato rilevante per la costruzione di uno Stato-nazione. A maggior ragione, durante il Ventennio il richiamo alla Romanità e ai suoi valori fondanti ha raggiunto il parossismo. Pertanto, il sogno fascista di far risorgere un rinnovellato Impero si incarnava splendidamente nel trofeo di Axum, proveniente da un regno paragonabile in loco a quello che era stato altrove l'Impero romano.
 
Un'epoca precristiana
Altro tema importante sia in Etiopia che in Italia è quello dei rapporti fra Chiesa e Stato, e del reciproco specchiarsi e avvalorarsi. Non a caso, la stele di Axum è un oggetto di manifattura precristiana, che risale a più di 1700 anni orsono; ma la massiccia conversione al cristianesimo del potente regno di Axum fu successiva, risalendo a circa il IV secolo d.C. Ciononostante, la ricezione di questo antico oggetto e il suo rimpatrio hanno assunto in Etiopia un'aura sacrale di matrice cristiana, sancita dalla presenza ad Axum di alti esponenti della chiesa copta d'Etiopia, sia al momento del rientro che dell'inaugurazione della stele. Gli intrecci complessi (talvolta arbitrari) fra sacralità, «radici» dell'umanità, antiche istituzioni ecclesiastiche e imperiali, manipolazioni fantastiche della memoria collettiva (nazionale, sovranazionale o universale) sono delle costanti della realtà etiopica. Non va dimenticato che la capitale Addis Abeba
custodisce, in una saletta polverosa del museo nazionale, quelli che alcuni credono essere i resti di Lucy, la nostra antenata. Adeguarsi alla performance museale di rendere visita a Lucy risveglia in noi sentimenti confusi e ambivalenti, sia di solidarietà cosmica verso le sorti dell'umanità, che di rifiuto delle sue «costruzioni culturali» e delle sue messe in scena. Ma l'appassionante viaggio in Etiopia attraverso rocambolesche costruzioni memoriali continua... Per alcuni l'Etiopia è la mitica terra della Regina di Saba, da cui ella intraprese un viaggio verso Gerusalemme; qui si sarebbe unita al Re Salomone, tornando gravida di colui che millenni orsono divenne Menelik, primo re dei re. E se in generale gli etiopi si assegnano tale leggendaria provenienza, in particolare i Beta Israel sarebbero i discendenti di una delle dieci tribù perdute di Israele, i Dan (i Beta Israel, detti anche Falasha, sono una marginale comunità ebraica, il cui
villaggio presso Gondar è oggi quasi deserto a seguito del «rimpatrio» di massa in Israele, avvenuto con le operazioni Moses e Solomon degli anni '80/'90). In una cornice mitica va anche collocato a partire dagli anni '30 del '900 il successivo Rastafarismo, i cui seguaci caraibici (e non solo) considerano l'ultimo sovrano etiopico una reincarnazione divina. Sebbene Haile Selassie I non abbia mai accettato di identificarsi col profeta, egli concesse loro un terreno dove sorge ancora oggi Shashemene, sogno panafricano in Etiopia di «Terra Promessa». Anche agli occhi della maggior parte degli etiopi - molti di essi ortodossi ferventi - la divinizzazione della figura di Haile Selassie I, proposta dal Rastafarismo, appare fuori luogo. Per molti credenti, al primo discendente di Re Salomone e antenato di Haile Selassie - Menelik I - si deve soprattutto la presenza in Etiopia dell'Arca dell'Alleanza, custodita a suo tempo da Mosè e poi recuperata in
Terra Santa da Menelik e portata in Etiopia. Ma dove si favoleggia sia oggi segretamente conservata questa antichissima reliquia? Proprio ad Axum, nella venerata chiesa di Maria di Sion, a due passi dalla modesta lamiera che fino a una decina di giorni fa circondava parte del parco archeologico funerario della città, al centro del quale si ergeva la possente impalcatura che ancora cinge la stele proveniente da Roma, inaugurata di recente.
 
La grande inaugurazione
Ad Axum giovedì 4 settembre scorso, decine di migliaia di persone hanno assistito alla cerimonia inaugurale del riposizionamento della snella stele istoriata. Dopo questo evento, caratterizzato da un clima ottimistico di recupero del patrimonio (risvegliatosi in Etiopia dopo la fine del regime comunista nel 1991), molti etiopi sperano di poter ergere nuovamente ad Axum altre sei steli funerarie cadute al suolo. La speranza nel futuro che caratterizza la restituzione dell'obelisco di Axum è in sintonia con quanto riferito da Raffaele de Lutio, ambasciatore italiano in Etiopia; secondo de Lutio, Axum ha per l'Etiopia un valore sia storico che metastorico; è una cittadina in via di modernizzazione in cui, come nel resto del paese, si notano timidi ma inconfondibili segni di crescente vitalità e benessere. La stele lapidea, alta circa 24 metri e pesante più di 150 tonnellate, si è quindi presentata alle autorità italiane ed etiopi (il sottosegretario
agli Esteri Alfredo Mantica, il presidente Girma Wlode Giorgis, il primo ministro Meles Zenawi) come un magnifico strumento attorno al quale compiere un rituale politico, diplomatico e mediatico. Ringraziamenti, proclami di amicizia, memorie coloniali recuperate.. . E il tempo si è compresso su questo oggetto che ha anche il potere di raccogliere l'entusiasmo dei suoi concittadini. Miracolosamente, la stele riesce ad assumere su di sé aspetti diversi o addirittura contrastanti: l'unità e l'orgoglio nazionale, il ricordo ancora vivo delle dolorose lotte di resistenza anticolonialiste e antifasciste, l'aprirsi a nuove e fruttuose relazioni con l'Italia, l'avvio del terzo millennio del calendario copto e la ricchezza patrimoniale dell'Africa tutta. Come dichiarato anche dall'Unione Africana, molti paesi africani attribuiscono un'importanza particolare al ritorno delle proprietà culturali, in quanto esse appaiono - anche al di là dei dati di fatto - le
depositarie di valori spirituali e culturali. Tuttavia è verosimile che (come suggerisce ancora Ficquet) le avventure subite dalla «stele numero 2» attraverso il mondo per 70 anni abbiano fatto sì che il suo valore reale e simbolico aumentasse, anche agli occhi di coloro che in Africa se la videro portare via. Infine, resta da chiedersi se oggigiorno, come nel caso axumita, sia fruttuoso credere che la proprietà culturale costituisca la base della civiltà e della cultura nazionali.
 
http://www.ilmanife sto.it/argomenti -settimana/ articolo_ 1b70cd3633173198 d3f22ee193c62c8b .html




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